A sinistra, stemma della famiglia Pompei di Illasi, a destra stemma della famiglia Sagramoso

Due famiglie rivali destinate ad unirsi

I Pompei  e i Sagramoso, entrambe storiche famiglie patrizie veronesi, si uniscono per la prima volta in matrimonio nel 1922.  Il conte Antonio Sagramoso sposa la contessina Chiara Perez Pompei. Da questa coppia felice discendono gli attuali abitanti della Villa.

L'alba della gloria

Era il 1509, la terraferma veneta  era sconvolta da una guerra mai vista prima: quasi tutta l'Europa si era coalizzata contro la Repubblica di Venezia: dal Re di Francia al Sacro Romano Imperatore, dal papa (Giulio II) al re di Scozia, oltre a quasi tutti i piccoli principati italiani. I sovrani europei, coalizzati nella Lega di Cambrai,  avevano attaccato la Serenissima con il chiaro intento di mettere fine a un'arrogante repubblica che, governata da un'aristocrazia mercantile, stonava pericolosamente nel consesso degli stati nazionali retti dall'assolutismo monarchico.

Le armi veneziane erano state duramente battute in Maggio nella battaglia di Agnadello e nel Dicembre dello stesso anno era arrivata un'altra sconfitta, questa volta sull'acqua, per la precisione lungo il basso corso del Po. Gli eserciti coalizzati erano dilagati fino al margine della laguna, prendendo lungo la strada Verona, Vicenza, Padova. Venezia tremava per la propria sorte. 

Ma, nell'agosto di quell'anno, era accaduto un fatto d'armi capaci di rovesciare le sorti della guerra: la cattura da parte delle milizie venete di uno dei più importanti condottieri della coalizione: Francesco II Gonzaga, Marchese di Mantova.

Va detto che molte delle famiglie nobili di terraferma, insofferenti del dominio dei patrizi veneziani da cui si sentivano discriminati, erano accorse sotto le bandiere imperiali non appena le avevano viste sventolare da lontano. Non così per i veronesi Pompei, appartenenti a una famiglia della nobiltà di spada, non ricchi e poco influenti, ma validi soldati, fedelissimi a S. Marco e al governo veneto. Gerolamo, detto il Malanchino, comandante di una compagnia di balestrieri, saputo che il Marchese pernottava nel villaggio di Isola della Scala, nella Bassa veronese, con pochi armati mosse nottetempo, circondò l'abitato e all'alba lo assalì trovando il comandante nemico impreparato, catturandolo e spedendolo incatenato fino a Venezia.

Da quel mattino, l'alba del 7 Agosto 1509, la storia della famiglia Pompei cambiò per sempre

 

Pasquale Ottino: Ritratto di Girolamo Pompei  "Il Malanchino"

Diventare un feudatario

Non è facile immaginare cosa significava, cinque secoli fa, ricevere l'investitura di un feudo.

Più o meno potremmo spiegarlo così: all'improvviso, grazie a meriti che ti sono stati riconosciuti dall'autorità, ti trovi a signoreggiare su un territorio dove puoi e devi esercitare, anche se in versione ridotta, i poteri di un  sovrano. Un feudo era infatti un piccolo regno semiautonomo: tu, feudatario, sei il capo assoluto della comunità, prendi tutte le decisioni rilevanti, hai il monopolio dei mulini, delle osterie e del macello, disponi i lavori pubblici, rilasci i permessi, riscuoti le tasse, recluti e addestri i soldati, imponi la giustizia (quest'ultima con esclusione della pena di morte, riservata ai Rettori veneziani di Verona). Nel dominio di terraferma veneziano la concessione di un feudo era un onore molto raro, dal momento che la Repubblica teneva molto a limitare il potere delle famiglie nobili, con eccezione di quelle fedeli a S. Marco. Come appunto i Pompei, premiati dal Senato Veneto con dogale del Dicembre 1510 che conferiva loro il titolo di conti di Illasi con signoria su castello e territorio.

Un cavaliere riceve l'investitura dal suo sovrano, miniatura del XV secolo

Nel frattempo...

Nel frattempo i conti Sagramoso, di antica stirpe franca che aveva ottenuto  titoli ed onori al servizio del Sacro Romano Impero, appena avevano visto sventolare le bandiere con le aquile imperiali,  lucidate le armature, erano accorsi ad arruolarsi. Si trovarono così a combattere sul fronte opposto a quello dei Pompei, tanto che un giovane cavaliere Sagramoso fu preso prigioniero durante una scaramuccia proprio dal fratello minore del Malanchino. Le due famiglie, d'altronde, non erano in rapporti amichevoli: tra la fine del XIV e la prima metà del XVI secolo i Sagramoso si imparentarono con i Verità, i Brà, i Bevilacqua, i della Torre, i Cavalli, i Turco, insomma con buona parte dell'aristocrazia veronese, ma nessun matrimonio li legava né li legò per secoli ai Pompei (vedremo poi come questa tradizione fu infine interrotta agli inizi del '900).

La guerra finì bene per Venezia, la quale riuscì a dividere i suoi potenti avversari facendoli litigare tra loro e portandoli a firmare paci separate. Meno felice fu l'esito per le famiglie che avevano tradito S. Marco, come appunto i Sagramoso: il Senato Veneto le punì con consistenti requisizioni di beni che furono destinati ai nobili rimasti fedeli e che si erano battuti per la Dominante. 

Anonimo: ritratto di un militare di casa Sagramoso, seconda metà del '500

La grandezza, mania o destino?

Più che per altre famiglie nobili, per i Pompei il mestiere delle armi fu la principale vocazione per secoli. Il rango di feudatari, signori assoluti di un territorio collinare tra i più poveri della provincia, ne faceva dei reclutatori molto efficienti. Perché guadagnarsi da vivere sui magri campi montani o fabbricando carbone di legna, non era vita allegra per i giovanotti del feudo, mentre il servizio in armi sotto le bandiere di S. Marco garantiva l'avventura, il soldo e la prospettiva del saccheggio. Nei quadri di battaglie dell'epoca si vede la metà circa dei soldati intenti a combattere, l'altra metà a fare bottino. Ecco allora che quando i messi del conte percorrevano le campagne battendo il tamburo, i ragazzi accorrevano. In pochi giorni dalla chiamata delle autorità, i Pompei potevano radunare anche 800 uomini, armarli e guidarli verso i campi di battaglia a ranghi schierati. I Signori Veneziani apprezzavano.

Nel '600 i meriti guadagnati come comandanti, uniti a un'accorta politica matrimoniale, portò le fortune familiari al loro apice.  Tanto che, verso la fine del  secolo, quando Girolamo III Pompei sposò la contessa Ottavia Guagnini, la coppia sentì la necessità di dotarsi di una residenza veramente celebrativa. La concezione dell'imponente complesso è attribuita a Vincenzo Pellesina, il quale certamente doveva aver studiato i disegni della reggia di Versailles, allora in costruzione, un edificio che influenzò gran parte dell'edilizia di corte in Europa. Durante la lunga costruzione, però, la famiglia subì due lutti: in Grecia morì il primogenito Tomio, valente ufficiale che combatteva contro i turchi, e subito dopo il padre, Girolamo III. Ottavia Guagnini in Pompei si trovò quindi sola con l'immenso cantiere aperto e -molto probabilmente- una spesa fuori controllo. Ma la cosa più grave era che la famiglia non aveva futuro visto che il secondogenito era avviato alla carriera ecclesiastica. Portare a termine l'impresa o lasciarla cadere in rovina? La risposta sta racchiusa negli affreschi...

Ritratto della contessa Ottavia Guagnini in Pompei

Dalla spada ai libri

All'inizio del '700 il clima culturale e politico mutò: Venezia inaugurò un lungo periodo di pace. Il mestiere delle armi andò fuori moda e l'aristocrazia di terraferma si dedicò alle arti, alle lettere e all'agricoltura. Perfino i Pompei lasciarono le loro armature ad arrugginirsi negli armadi  facendosi notare in altri campi per ingegno e spirito di intraprendenza.  Alessandro  (1705-1772 ) fu architetto, pittore e scrittore; Girolamo (1731-1788) fu apprezzato traduttore di Plutarco e di Ovidio, Antonio (1799-1885) fu archeologo, scrittore, botanico.  La decorazione degli interni della Villa proseguì ispirandosi alla filosofia dell'Accademia dell'Arcadia, tanto da fare del primo piano del Palazzo un osservatorio astronomico mitologico per i membri dell'associazione, e del Belvedere una copia del Bosco Parnaso di Roma, sede centrale dell'Accademia.  Si svolgevano competizioni poetiche e altre attività culturali animate da una vera foga rivoluzionaria: l'Arcadia aveva giurato guerra alla poesia e all'estetica barocca, ispirandosi invece alla semplicità e purezza degli antichi lirici greci. La poesia e il gusto moderni nascono in quel periodo e Illasi non fu estranea a questo epocale cambiamento.

Il settecentesco Belvedere del Parco Sagramoso Perez Pompei

Ippolito Pindemonte, stampa del XIX secolo

L'età dei poeti e dei patrioti

L'800 fu epoca di letterati, di patrioti e... di botanici. Mentre il grande poeta Ippolito Pindemonte corteggiava una giovane della famiglia Pompei venendo spesso a renderle visita a Illasi, il conte Antonio, aiutato dal principe Andrea Giovanelli (naturalista e presidente dell'Associazione degli Scienziati Italiani), costruiva le serre (oggi sede del ristorante Le Cedrare) e disegnava e piantava il grande parco romantico che ancora oggi collega la Villa al Castello.

Nel XIX secolo, grazie anche alle importanti donazioni di opere d'arte da parte di Giulio e Alessandro Pompei, i quali lasciarono alla città anche il loro palazzo, a Verona poté costituirsi il museo civico di Castelvecchio.

Il Risorgimento vide dividersi molte famiglie: i documenti raccontano dei Pompei come gentiluomini di campagna occupati a migliorare i loro fondi agricoli. Mentre invece sappiamo che alcuni membri della famiglia Sagramoso si arruolarono nell'esercito piemontese per combattere a favore di un'Italia che era ancora tutta da fare.

... e la storia continua...

Alla fine dell'800 il conte Antonio Pompei, privo di figli e ultimo del suo nome, adotta suo cugino conte Giovanni Battista Perez che aggiunge al suo il cognome Pompei.  Nel 1922 infine le due famiglie si uniscono quando il conte  Antonio Sagramoso sposa la contessina Chiara Perez Pompei. Dal loro matrimonio nacquero cinque figli.

I loro discendenti tuttora risiedono nella Villa di cui si prendono cura, assieme all'annessa azienda agricola, con amore e passione. 

Estratto dell'albero genealogico Sagramoso -Perez Pompei 

Matrimonio di Ugo Sagramoso con Maria Beatrice Invrea, castello di Invrea, Savona, 1953